Still Life · Varie Fumettose

Torino Libri & Pandino Fantasy

Qualche tempo fa avevo annunciato che avrei scritto qualche riga a proposito di due manifestazioni libresche, quindi ecco qui!
La prima, di certo più imponente, è il Salone Internazionale del Libro di Torino, che recita come sottotesto “Dove osano le idee”.
Bene, dove osano le idee? Piacerebbe saperlo anche a me, e penso anche tutti coloro che vagano per i sentieri tracciati dagli stand di questa o quella fiera armati del proprio book, digitale o cartaceo che sia. Poi ok, io sono di parte perché il mio campo è prettamente fumettistico e mi sento una bestia ogni volta che leggo gli autori invitati e su 100 ne conosco 10 e 2 mi interessano, ma ho anche scoperto che è una cosa molto condivisa.
Ma andiamo con ordine: i PRO del salone di Torino { che ho visitato per la prima volta }

  1. E’ a Torino, bellissima città ospitale, facilissimo da raggiungere con un polo fieristico ben organizzato e con una metro fighissima.
  2. 10 Euro l’accesso con possibilità di svariati sconti e acquisto su internet del biglietto. 
  3. tantissimi appuntamenti, autori, editori, libri che magari non troveresti { ho visto gli stand di società che si occupano della cura del patrimonio librario del loro territorio con grossi volumoni di trascrizioni dagli annali di monasteri, castelli, trattati di medicina etc.}
  4. Zero Calcare mi ha fatto una dedica. Si disegna fumetti: si era un salone del libro. Si, aveva più da dire lui con 4 vignette sui centri sociali e sul G8 di interessante rispetto a molti altri.{e poi, appunto, faceva le dediche e io sono una bestia volubile}. 

E poi i fatali CONTRO.

  1. Da fanatica dei libri illustrati, ho notato che certe cose non cambiano di fiera in fiera: copertine e contenuti piuttosto scadenti su titoli proposti come “adatti per l’infanzia!” ma che nella mera verità sono solo tradotti: li leggevo {e scartavo} quando io andavo all’asilo nei lontani e visionari anni Ottanta, quindi a parte plateali esempi professionali ben curati, qualsiasi fiera italiana di libri che vedo ha sempre un lato di “ci appiccichiamo quello che troviamo senza pagare e diciamo che è stile”. Puoi vendere, si, ma non venderai BENE quanto quelli che invece curano il prodotto che lanciano. {di seguito il perchè}
  2. Ho comperato per la maggior parte saggi storici e di ricerca – che avrei trovato anche a Milano – e fumetti: i romanzi che cercavo ad alcuni grossi stand… Beh, non sapevano di averli pubblicati.
  3. “dove osano le idee”. Ad ogni stand che mi sono fermata a chiedere e scambiare qualche biglietto vige, come sempre, la sorridente morale “si cerchiamo nuovi autori. Si mandaci pure il tuo lavoro. Si potremmo leggerlo. Se però non è come quello che sta vendendo in questo momento, non lo pubblicheremo”. {Di questo ne parlerò la prossima volta, che vi scrivo su un libro che ho comperato proprio a Torino}.
  4. Svariati appuntamenti erano chiusi al pubblico: visto i temi trattati, vi assicuro che il pubblico non ci entra se non ci piazzi qualcuno tipo Benedetta Parodi, quindi non capisco perché non lasciano almeno una ventina di posti almeno su prenotazione {a Lucca Comics lo fanno} per persone che non hanno i pass magici, ma che vorrebbero per lo meno ascoltare.

Ecco, vi aggiungo una cosina divertente. Perché dico che certi editori non pagano gli illustratori e quindi questo si rispecchia sulle loro rendite perché non hanno voglia o peggio, hanno gente che gli si propone gratis? 
Perché un lettore qualunque è sempre un po’ perplesso a trovarsi davanti certi libri. Sente che c’è qualcosa che non va, ma poi legge magari la quarta di copertina, o sfoglia il libro, e può convincersi a comperare quel libro. Ma c’è sempre qualcosa che non lo convince. E’ la confezione: il lettore medio, non trafficando con immagini, non sapendo ch ei disegni hanno un ‘peso’, i colori pure, scelta del font, impaginazione, etc hanno un equilibrio ed una armonia, sa solo che “qualcosa non lo convince”. Generalmente è una copertina di un colore unico che sembra uscita dai 16 colori di Paint, il titolo in un font base alla Word, l’immagine coi contorni poco chiari perché si vede che è stata ritagliata e appiccicata malamente, il testo all’interno non è allineato bene, strasborda, etc. Perché chi si è occupato di confezionare e soprattutto illustrare quel libro non lo ha fatto per essere pagato.
Ed ecco cosa mi è successo ad uno stand durante questo Salone del libro di Torino.
Tenete conto che c’è un sacco di crisi ma per l’editoria di più: la prima spesa che salta in questi tempi è per i libri {700 euro di telefono si, 10 per un libro no}. Ad ogni modo, raggiungo un stand di una casa che conosco da anni, ma da cui non ho mai fatto tanti acquisti. Sono molto settoriali, e ho preso due libri di un professore italiano. 
Faccio per pagare, e noto che hanno altri testi, questa volta illustrati {gli altri contengono foto in bianco e nero}, quindi chiedo se vogliono dare un occhio a dei miei lavori. 
La risposta {che poteva essere un semplice ed elegante “no grazie, siamo a posto”; “no grazie, abbiamo i nostri illustratori”; “No grazie, preferirei lavarmi i bulbi oculari con soluzione salina”} data a gran voce da un editore in mezzo alla fiera di un settore in crisi è:
Grazie, ma abbiamo degli amici che sono così tanto gentili da non pretendere soldi che ci regalano i loro disegni e diritti su di essi, quindi non abbiamo questo tipo di spesa. Mica cerchiamo gente da pagare.”
Comunque, abbiamo anche visto la fantomatica Pandino Fantasy, fiera dell’editoria fantasy italiana quest’anno alla seconda edizione.
Se siete mai stati a Pandino, sapete bene che è piccolissima, e quindi di riflesso anche la manifestazione lo era. Tecnicamente sarebbe stata più settoriale, ma tra il maltempo e la scelta non-strategica del posto, per quanto bellissimo, a parte alcuni stand vuoti, non c’erano i grandissimissimi nomi dell’editoria, nonostante fosse una fiera da una giornata sola ad un pugno di km da Milano. Ma forse meglio così, spazio ai giovini. 
Ma, sempre con ordine: I PRO di Pandino Fantasy:

  1. Solo Fantasy, quindi circoscritta.
  2. Ingresso libero, con la cornice del castello di Pandino. Una roba fighissima.
  3. Aperta anche ai privati: ho visto un sacco di stand di disegnatori e di gadgetari. I più di impatto erano l’associazione di Steampunk italia, {ovviamente ho comperato più gadgetini che libri} ma perché avevano costumi e oggetti funzionanti: la cosa più bella era un involucro {?} per portatile fatto da loro, e lo schermo che mandava dei filmati sempre girati da loro come se fosse un filmato muto delle vecchie comiche in bianco e nero alla Chaplin.
  4. Titoli che, causa distribuzione, non arriverebbero nelle librerie. Tuttavia, se non ci fosse la possibilità di recarsi personalmente alla fiera, dal sito della manifestazione si può risalire a tutti gli espositori, di cui la maggior parte dotata di un sistema di ordine via web. Con anche l’e book.
  5. Vorrei aggiungere qualcosa su dei radical chic hipster{sia qui che a Torino} che si atteggiano a professionisti di ventordici settori diversi non loro, ma sarebbe una nota da 10mila parole che vi risparmio, se non con un: PFUI.

Contro, eh ce ne sono un pochino anche qui:

  1. Pandino non è raggiungibile se non in corriera perché non ha una stazione ferroviaria. 
  2. Per quanto il castello sia bellissimo {è un castello sforzesco formato mignon} è comunque una corte, quindi se si entra e si fa solo un giro in mezz’ora ampia avete già fatto il giro. Noi poi ci siamo buttate all’avventura al Parco della Preistoria che non vedevo da almeno 15 anni, ma fortunatamente la piana lombarda in quelle zone è molto bella – soprattutto in questo periodo, se non piove- per cui potete anche farvi una biciclettata lungo l’Adda.
  3. Alcuni testi presentati come “troppo innovativo per essere vero!” {nella sostanza versioni italianizzate di un libro famoso 20 anni fa} avevano come innovativa immagine di lancio una copertina di un videogioco di una nota casa di giochi di ruolo, virata con un po’ di colori di photoshop, giusto per essere sicuri di far capire di cosa parlava il romanzo alle lettrici che non hanno mai giocato di ruolo – e sempre, come dicevo più su, meravigliosi lettering in times new roman scontornati con paint-. Io sono una fan del “basta che la storia sia ultrageniale per fare un buon libro” ma ci sono casi in cui entrambi gli occhi vogliono la loro parte. Ribadisco: non è necessario mettere PER FORZA dei disegni in copertina, ma se proprio volete, ci sono milioni di immagini libere dal copyright e centinaia di ragazzi volenterosi a cui affidare il lavoro di farvi una copertina graziosa a modici compensi.

Con questo vi lascio, che sono 1500 parole e probabilmente avete smesso di leggere al punto 3 dei PRO di Torino. Comunque *_* ringrazio ancora Lammarty perché mi accompagna sempre in giro a queste uscite “didatticoeditoriali”, soprattutto quando si tratta di fare il conteggio dei Cigni Mannari.

Alla prossima, se non è un disegno sarà qualcosa-non recensione- su un libro: “Il richiamo delle spade” di Abercrombie o “Creature della luce e delle tenebre” di Zelazny, devo ancora decidere.

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2 thoughts on “Torino Libri & Pandino Fantasy

  1. Sì, diciamo che Pandino merita la visita se ci si trova nel raggio di 50 km e la si raggiunge in mezz’ora, di più forse è un po’ troppo sbattimento per mezz’ora di fiera… anche se gratis, tutto sommato.
    Oh, a me è piaciuta eh, ma non è una fiera editoriale/libraria da cui aspettarsi affaroni o giga contatti… merita la visita perché il posto è bello e perché la quantità di persone, essendo comunque poche, sia visitatori sia espositori, permettono di fermarsi più facilmente a scambiare due parole, al contrario magari di Torino dove è tutta una frenesia unica…

    1. Si infatti, nel caso di Pandino, o di qualsiasi fiera molto piccina, bisogna sempre dare un occhio anche a cosa offre attorno, altrimenti rischi di impegnare una giornata intera per una visita di mezz’oretta. Posto che io sono sempre per frequentare le fiere( sia come artista, che incontri un sacco di gente nuova, sia come visitatore che contribuisci a tenerle su) bisogna anche non lasciare l’evento a morire da solo, ma organizzarlo in modo che sia appetibile per la massa: una stupidata sarebbe stato mettere una navetta dalla stazione di Crema, che dista pochissimo.

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