Alfons Mucha

La mostra dedicata ad Alfons Mucha e l’Art Nouveau è a Palazzo Reale di Milano e resterà aperta fino al 20 marzo.

Di norma non mi soffermo troppo sulle mostre che vedo, ma su questa in particolare vorrei spendere qualche parola: Mucha è uno di quegli artisti che prima o poi ogni creativ* ci inciampa e trascorre una notevole quantità di tempo se non ad analizzarlo finemente comunque a considerarlo per la notevole forza d’impatto che aveva, soprattutto considerando che non è stato solo un pittore, ma le sue opere più famose e iconiche arrivano  dal lavoro come prettamente ‘solo’ come illustratore pubblicitario.
Se volete buttarvi in una carriera simile e non lo conoscete correte in biblioteca, al mercato, in libreria, pintarest e go!

L’allestimento tematico di Palazzo Reale è  molto esauriente nella parte iniziale dei pannelli, con un inquadramento storico e geografico. Danno anche l’audioguida che tra poesie e altro ti intrattiene un po’ cadenzando la visita. Tuttavia però non spiega davvero da dove arriva l’estetica, come e perché si è formata questa cosa bislacca che ad una certa mezza Europa ha tentato di trasformare quasi ogni angolo in cosine decorate con steli di fiori, fanciulle leggiadre e font strabilianti, dai palazzi alle fermate di metropolitane, carta dei cioccolatini, sigarette e teatro. Una vera e propria marcia silenziosa nell’imbellettare qualsiasi aspetto della vita per trasformarlo da ordinario a straordinario momento di bellezza. Tuttavia l’assenza di questa parte sembra lasciare l’idea che semplicemente Art Nouveau sia arrivata, detonata e spazzata poi via come una moda qualsiasi, quando al contrario ebbe origini molto materiali, affondò nella routine di ogni giorno e di tutti e soprattutto forse si tratta dal primo ‘stile di vita’ mass media della nostra epoca, quindi ecco che parte il mio

SPIEGONE!
*Superquark theme*

La scelta stilistica dell’Art Nouveau nasce da molteplici motivi e fortuite coincidenze. Deve la sua fortuna a tanti piccoli particolari, come per esempio l’avvento delle poste, della villeggiatura, della pubblicità e delle illustrazioni di cartoline e di una serie di aziende che necessitavano sempre più di qualcosa che dicesse al mondo che esistevano. Del periodo del Romanticismo, che aveva riportato in auge la cultura precristiana dei vari paesi europei (lo stesso Mucha lavorò infatti su alcune opere dedicate al ciclo slavo, per esempio, e un paio sono esposte nel percorso della mostra), quindi non solo un apporto molto teorico di pantheon e figure mitologiche quanto anche pratico, fatto di statue greche dal complesso panneggio e fieri profili e motivi decorativi del mondo celtico e germanico. Si recitavano la Medea e i Nibelunghi in allestimenti sempre più sfarzosi e si stavano creando le Dive: non più maschera di un ruolo, ma una persona da idolatrare e seguire. Dal commercio, con le cineserie che avevano fatto conoscere prima lo stile orientale e poi l’imitazione (Un periodo strano in cui erano gli artigiani europei a copicollare lo stile della Cina). Dato che per tutto l’Ottocento si era sviluppata questa fame di archeologia e si andava con estremo trasporto a scavare e bucherellare ovunque per riportare alla luce i tesori nascosti, si deve molto quindi alle steli germaniche, i nodi celtici, le scene allegoriche su pettini di avorio, elsa di arma, pittura interna di tombe, cavalli su ceramiche emerse da ovunque un europeo avesse infilato un piccone, dai tumuli del nord a quelli etruschi, dai vasi a figure dei greci agli oggetti di corredi mediorientali e non per ultimo alle stampe giapponesi che stavano cominciando ad essere più conosciute e la cui linea pulita e grafica stava cominciando ad attirare l’attenzione anche in Europa. Tutto questo, buttato a caso e diversamente distribuito per ogni creativo che incontrava un mecenate ricco che aveva un teatro, un opera, una fabbrica ha portato alla detonazione dell’estetica liberty. I prodotti e il lavoro distribuito a ogni gradino della società aveva fatto il resto.

La parte che ho ritenuto più interessante però non era solo l’esposizione delle opere di Mucha, bensì anche vari pezzi di mobilio dell’epoca, mostrando quindi come ciò che si trova nei manifesti di Mucha non fosse solo confinato alla cornice ma quanto fosse esploso condizionando l’estetica di tutto il periodo: pianoforti, divani, vassoi, ceramiche, centrotavola, vasi (per chi aveva una certa disponibilità economica) fino anche a prodotti più comuni, come le decorazioni delle confezioni di biscotti e sigarette  e le locandine di spettacoli teatrali che ‘arredavano’ la città. Non si trattava quindi di una “cosa” da conservare, ma una “cosa” che si vive. Il mio preferito in assoluto che avrei comperato anche io se fossi disgraziatamente ricca è il vaso nero coi pipistrelli dagli occhietti rossi!
Proprio le confezioni, le pubblicità e i ‘gadget’ – sigarette, biscotti, alcolici, serie tematiche decorative per i calendari, questa molto bella come soluzione…- hanno fatto la fortuna mediatica di Mucha: in parte autodidatta e in parte pittore decorativo, è riuscito a unire la classicità e la plasticità dell’arte più classica intercettando i tempi più moderni, come i motivi floreali, le stampe orientali, la pulizia dello spazio di lavoro che stava imponendo la pubblicità e le cartoline con contrasti forti di una linea di contorno ed  un colore quasi piatto.

La parte invece più importante, soprattutto per chi pratica il disegno o vorrebbe farlo, consiste nell’esposizione delle pagine di un manuale a cui lo stesso Mucha aveva lavorato.
Si tratta in realtà di due volumi pubblicati a poca distanza uno dall’altro e che trattano della catalogazione e creazione dei motivi decorativi, dei colori, degli studi della natura e della figura. Da questi e dagli schizzi che sono sopravvissuti di Mucha infatti emerge tutta la sua preparazione ‘classica’ tra anatomia e panneggio delle figure. Tutto quel lavoro che poi non sparisce ma viene solo ‘suggerito’ dalla sua estrema abilità e sensibilità nel descrivere con poche linee pulitissime una piega – o suggerirla con solo un’ombra di colore, se ci fate caso infatti gli incarnati sono a metà tra una sfumatura pittorica e una ‘gabbia’ grafica sempre dettata da capelli e decori- . Questi manuali furono usati per molti anni da studenti per illustrazione pubblicitaria ma non ho idea se siano ancora in uso. È tipo uno degli esempi più semplici e allo stesso tempo complessi per riuscire a portare a termine un lavoro, e uno dei consigli più preziosi che is possa fare a degli apprendisti: fatevi un culo così e ammazzatevi di studi anatomici, modelli classici e di tutto quello che può servirvi, c’è sempre tempo in un secondo momento per creare un’opera con uno stile molto diverso se si ha sotto una buona base.

Ciò che però mi lascia molto perplessa è che è comune a quasi ogni mostra o museo che incontro è questo strano messaggio onnipresente che sento in queste audio guide: il Genio dell’Artista. Qui mi è stato molto più vivido perché Mucha non è stato solo un artista, ma ha lavorato molto per cose materiali e comuni.
Il Genio c’è, ma fino ad un certo punto. Il resto è un lavoro. Dipingere o scrivere per il signore della città o progettare un pannello decorativo per le locandine di un’impresa teatrale è un lavoro. Un lavoro creativo, sì, ma un lavoro. Se sei sotto consegna perché il cliente sta perdendo la pazienza la “musa” la si va a stanare con un fucile da caccia grossa; davanti a richieste assurde si conta fino a dieci e si cerca una soluzione pratica. Non so nello specifico quanta carta bianca avesse Mucha, dove iniziava l’ispirazione e dove finiva la richiesta del suo cliente. Se ha incontrato solo persone disposte a dirgli “senti, io faccio cioccolato, te la senti di farmi due o tre bozze come ti pare e poi ne scelgo una tanto mi fido di te?” o anche “Puoi metterci delle pecore?” “..ehm veramente le odio e non ci stanno niente be-…” “ah perfetto, disegnaci un gregge”.

Questa continua considerazione di inarrivabilità e di superiorità è uno dei fattori che ritengo importanti nel considerare ‘difficile’ da molti l’avvicinarsi all’arte. Continuando a imboccare l’idea che ci sia qualcosa di complesso, alieno, inafferrabile e superiore un artista, un film o una mostra archeologica il 57 % delle persone continuerà a starci alla larga.

“Ah, chissà cosa voleva comunicare l’Artista con questa plasticità e leggerezza..”

 

job.jpg

“CompraciCompraciCompraci”

“Non lo so però ho bisogno di una sigaretta…”

* * *
Poster per la ditta francese di produzione sigarette ‘Job’, Alphons Mucha, 1898.

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